Villa Godi Malinverni

La storia
Si tratta della prima opera documentata con certezza di Andrea Palladio che la menziona nei Quattro Libri dell'Architettura (1570). Il committente fu Gerolamo Godi che la fece costruire per il figlio Antonio.
I lavori iniziarono nel 1537 anche se nel 1533 il padre di Gerolamo, Enrico Antonio Godi, aveva già iniziato un primo lotto di lavori di ristrutturazione con la costruzione di una grande barchessa con colonne doriche a sinistra del cortile. Molto probabilmente non si trattava di una commissione ottenuta dal Palladio ma di un lavoro appaltato alla bottega di Gerolamo Pittoni nella quale il giovane Andrea ricopriva il ruolo di specialista per l'architettura.
Tuttavia appare chiaro l'inizio di quello che sarà universalmente riconosciuto come lo stile della tipica villa-fattoria concettualizzata da Palladio. Nonostante lo stile severo simile ad un castello con la torre colombaia che permette di controllare l'intera pianura sottostante, si nota la perfetta simmetria con la realizzazione di una loggia centrale e due classici ambienti laterali a loro volta divisi in quattro ambienti più piccoli dedicati alla vita quotidiana padronale.
L'ala di sinistra fa parte della costruzione originale concepita dal Palladio ma quella destra, più lunga, è frutto di un rimaneggiamento avvenuto sul finire del 1570.

Curiosamente Gerolamo Godi, che con il fratello Pietro commissionò la villa alla bottega dove lavorava Palladio, abitava in quella che oggi si chiama Contrà Santa Lucia ma che nel 500 era Contrà San Vito, la stessa contrada dove abitava il giovane Andrea Palladio.
Nel 1554 Gerolamo fu nominato Provveditore alla Legge del Palazzo della Ragione a Vicenza (l'attuale Basilica Palladiana).
Orazio Godi, uno dei successori di Gerolamo, fu bandito dal territorio per aver ucciso Tommaso Piovene nella sua abitazione e i suoi beni a Marano e Carrè furono confiscati e dati in feudo alla famiglia Piovene mentre la sua casa a Vicenza, per ordine del Consiglio dei Dieci, fu rasa al suolo.
Dopo di lui un altro Godi, Marzio, si macchiò di numerosi misfatti tanto da essere considerato un odioso tiranno per le sue continue violenze nei confronti delle ragazze del posto. Venezia intervenne e fu incarcerato a Mantova da dove riuscì a fuggire ma fu poi assassinato a Trento da uno dei suoi figli naturali.
Nel '700 la proprietà passò ai Piovene e Massimiliano fu l'ultimo discendente della famiglia Godi-Pigafetta che fu sepolto nella cappella Godi a San Michele a Vicenza. Nel 1870 Andrea Piovene si dedicò alla raccolta dei fossili nella Valle del Chiavon scoprendo la palma fossile più grande del mondo ancora oggi presente nel piccolo museo della villa.
Durante la Prima Guerra Mondiale la dimora fu sede del comando britannico delle truppe schierate sull'altipiano di Asiago e vi soggiornò per qualche mese il Principe di Galles Edoardo, futuro re Edoardo VIII°. Nel 1954 Luchino Visconti scelse la villa per ambientarvi il film Senso, uno dei suoi più celebri.
Nel 1960 il Prof. Remo Malinverni acquistò la grande proprietà e iniziò un accurato restauro durato 10 anni che riportò la villa al suo antico splendore e la aprì al pubblico. Nel 1996 l'UNESCO ha inserito questa splendida realizzazione palladiana nell'elenco del patrimonio mondiale dell'umanità.
Le sale affrescate

Sul finire del 1540 iniziano i lavori di decorazione degli interni dove possiamo trovare due scuole pittoriche nettamente differenti sia nei temi che nell'uso dei colori. La scuola classica di Battista Zelotti e Battista del Moro occupano il salone centrale l'ala di sinistra, mentre Gualtiero Padovano affresca l'ala destra della villa in cui il tema è principalmente l'esaltazione del focolare domestico e l'uso di figure allegoriche che a volte risultano piuttosto inquietanti. Anche i colori del Padovano sono diversi, risultano più brillanti e accesi nonostante i tre artisti abbiano lavorato contemporaneamente agli affreschi. Il Padovano non rinuncia ad autoritrarsi in una delle due finte porte della loggia. Sopra la porta d'ingresso c'è la raffigurazione della Securitas a protezione della famiglia e la scritta in latino " procol este profani " ovvero "state lontano o voi profani" quasi a sottolineare la volontà dell'artista a tenere alla larga chi non ha la capacità di comprendere le sue scelte pittoriche e decorative.
Battista del Moro, invece, rimane ancorato al classicismo che in una villa dovrebbe farla da padrone e dipinge grandi cariatidi monocrome e poeti accompagnati dalle Muse nella Sala delle Muse e dei Poeti
Nella Sala dell'Olimpo Battista Zelotti non abbandona lo stile, forse ancor più classico, e rappresenta rovine architettoniche in finto marmo con divinità classiche adagiate su delicate nubi, oppure nella Sala di Venere dove troviamo la rappresentazione della Giustizia affiancata da Plutone e poi Enea e Didone.
Le sale affrescate si susseguono e gli affreschi si dividono tra temi classici, allegorie e richiami alla vita di campagna rendendo suggestivo il passaggio nei vari ambienti che compongono il piano nobile della villa.